Ricominciamo con lo spread, male oscuro di un’Europa da riformare

Un vicolo cieco o, forse, dei miracoli di un’Ue tutta finanza e niente popolo

Ricomincia il giochino stravagante e non pienamente comprensibile di un’applicazione arbitraria di ciò che è il criterio su cui si baserebbe il sistema di relazioni europee in versione prevalentemente economicistica. Si tratta di un gioco brutale nel momento in cui tutte le nazioni, dalla Germania alla Francia, vanno malissimo in economia. Ed in questo vicolo cieco o dei miracoli adesso si vuole tirare dentro l’Italia.

Comincia la solita discussione se sui fondamentali la nazione italiana sia in grado di rispettare i paradigmi fondamentali in termini di buona salute patrimoniale. Le interpretazioni si declinano nelle più svariate maniere più o meno coerenti in termini di parità di trattamento. Insomma si scorge dietro l’angolo il patto leonino a favore della Germania con l’appoggio della BCE.

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Ebbene da qui si avviano oggi le negoziazioni per dare un senso all’evoluzione della crisi cercando di riformulare quel 3% del patto di stabilità. Rileva, nel contempo, un’ulteriore verità ovvero che si giochi il tutto su previsioni, su presunzioni, su dati che vanno interpretati alla luce dei rapporti di forza in cui la politica si muove, non certo su dati certi e concreti, ma su indici di prevedibilità.

In tal senso si contrappongono visioni differenti perché le previsioni, quando c’è stato Draghi primo ministro con una gestione che rimaneva dall’effetto stagnante in un immobilismo assoluto, trattando il tema con disinvolta leggerezza, come se tutto andasse bene «madama la marchesa».

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Di contro quando, invece, si perviene, dopo mediocri segnali di tecnocrazia, al ritorno della politica con la legittimazione del voto popolare si ha invece un’affermazione apodittica di critica assoluta e tutto viene rigorosamente giudicato negativamente e ogni tentativo risolutore va in malora.

Ora sol perché c’è il centro-destra si ricomincia a dettare il refrain del tutto va male «madama la marchesa». Per cui alla luce degli esiti fin adesso conseguiti, dopo decenni che la sinistra ha inchiodato l’economia di Stato a prebende assistenziali, agli 80 euro distribuiti da Renzi come segno di magnanimità, oppure ad un reddito di cittadinanza del tutto insostenibile e pedagogicamente diseducativo per i fini di millantata e presunta crescita.

Eppure è la destra oggi chiamata ed obbligata a riformare ogni settore, dalla scuola alla sanità, senza poter sforare il 3% del patto di stabilità. Insomma in questa maniera si vorrebbe mettere una camicia di forza a chi pazzo non è e soprattutto a chi tende a razionalizzare la spesa pubblica con una riduzione del deficit complessivo.

Qui si approda dunque ad una condizione controversa che mette uno dei fondatori dell’Unione europea, come l’Italia, in una condizione senza sostanziali alternative o fallire e quindi, civilmente e politicamente, morire oppure spingere l’Europa ad una riforma radicale che obbligherebbe tutti gli stati, componenti l’unione, ad un fisco comune equo e di omogenea applicazione, di una «commissione» politica che non può essere ostaggio di una politica monetaria sbagliata dettata dalla BCE, ovvero di stringere i tempi brevi per una politica immigratoria effettivamente comune e non a trattamento diseguale e ingiusto, o ancora a favorire la realizzazione del «piano Mattei» in una convincente, leale e concreta politica di sostegno e di solidarietà con i paesi del Nordafrica.

Certo è che si comincia ad intravedere la necessità di uscire dall’impasse in cui l’Europa si trova e guidare la governance a trovare la quadra per dare senso allo stare insieme degli Stati nazionali ovvero a dare, di contro, l’avvio di una dissoluzione deflagrante di un’unione senza più un credibile ipotizzabile futuro.

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