Il 2 aprile, come ogni anno dal 2007, il mondo si tinge di blu per celebrare la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo.
Da 13 anni, l’obiettivo di questa giornata è sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti delle persone con disturbi dello spettro autistico, attraverso la promozione della ricerca, della diagnosi precoce e dell’inclusione sociale e contrastando al contempo la discriminazione e l’isolamento che queste persone e le loro famiglie affrontano.
Ma quanto dovremo ancora aspettare per capire che l’autismo non ha bisogno di riflettori accesi una volta all’anno, ma di azioni vere, quotidiane?
Quanto tempo dovrà ancora passare prima che ci si renda conto che, mentre qualcuno scopre solo adesso cosa significhi autismo, c’è chi lo vive ogni giorno sulla propria pelle, tra difficoltà, silenzi e promesse mai mantenute?
«L’autismo c’è sempre, non solo oggi. Vogliamo fatti!»
Lo ripete con fermezza Sabatino De Blasio, presidente dell’Associazione Autismo per il Sociale, la realtà formata da genitori di ragazzi con il disturbo dello spettro autistico.
Un’associazione che da anni porta avanti una dura battaglia: ottenere un bene confiscato alla camorra per creare uno spazio dedicato ai ragazzi autistici, un luogo vivo, utile, inclusivo.
Un progetto che ha ricevuto tante promesse, tutte puntualmente disattese.
E che oggi, ancora una volta, ci ricorda che le parole non bastano più.
«Tutti possono trovare un posto in questo mondo, se questo mondo sceglie davvero di accoglierli»
Anche per Teresa Montella, madre di Alessandro, un ragazzo di 25 anni con disturbo dello spettro autistico, il 2 aprile non basta a raccontare quello che vive ogni famiglia.
Non basta a dire delle corse tra un centro e l’altro, delle notti in bianco, delle preoccupazioni che si accumulano.
Non basta a far sentire il carico emotivo e fisico di chi non smette mai di esserci, per amore.
Eppure, nelle parole di Teresa non c’è sconforto, non c’è rabbia, non c’è paura.
C’è solo la forza silenziosa di una madre che crede.
Che sceglie, ogni giorno, di esserci con dignità, con pazienza, con amore.
L’autismo si affronta con l’empatia
E intanto, c’è ancora chi pensa che le persone autistiche vivano in un mondo tutto loro.
È una convinzione sbagliata, ma molto diffusa. E quando si guarda qualcuno come se appartenesse a un altro mondo, il rischio più grande è l’esclusione. L’isolamento. La solitudine.
Per connettersi con le persone con il disturbo delle spettro autistico è necessario trovare il giusto canale comunicativo.
Esiste un solo mondo. Uno solo.
Abitato da persone diverse, con bisogni diversi, sì, ma con la stessa dignità. E gli stessi diritti.
E finché non faremo nostro questo pensiero, nulla cambierà davvero.
Teresa lo dice con voce limpida:
«L’autismo stravolge la vita. Moralmente, fisicamente, economicamente».
E ogni famiglia lo sa. Più la condizione è complessa, più ci si sente soli.
Senza percorsi adatti. Senza ascolto. Senza risposte.
Ma il punto non è solo questo.
Il punto è che tutto cambia quando ci si ferma ad ascoltare davvero.
Quando si sceglie di vedere la persona prima della diagnosi.
Quando si mette da parte il giudizio e si sceglie l’empatia.
Sì, è proprio lì il segreto.
È nello sguardo che si posa con delicatezza.
Nel silenzio che accoglie, senza dover spiegare.
Nel gesto che nasce dal cuore, senza aspettarsi nulla in cambio.
È tutto nell’amore. Quello vero. Quello che non chiede. Quello che resta.
«Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me?»
La realtà si fa ancora più dura quando i figli diventano adulti.
Per molti coetanei è il momento dell’autonomia, del lavoro, della vita che si costruisce.
Per chi ha una forma più grave di autismo, invece, si apre un vuoto.
I servizi si diradano, le risposte si fanno rare.
E i genitori, col tempo che passa, iniziano a farsi la domanda che fa più male:
«Cosa ne sarà di mio figlio dopo di me?»
Avete mai provato a immaginare quel dolore?
A sentire il peso di una domanda che non lascia tregua?
In questo percorso difficile, ci sono anche medici e operatori straordinari, che Teresa definisce angeli speciali.
Persone che mettono il cuore nel proprio lavoro.
Professionisti che, al di là dei limiti del sistema, provano a fare la differenza.
Ma sono troppo pochi. Troppo spesso lasciati soli anche loro, senza strumenti e senza sostegno.
«Vorremmo aiutarvi, ma non ci sono i mezzi».
Quante volte mamme come Teresa si sono sentite ripetere queste parole? Troppe.
Parole che feriscono.
Parole che lasciano un’amarezza profonda, quella di chi si sente abbandonato da chi dovrebbe esserci.
E allora Teresa si chiede:
«Ma ogni settore non è fatto di persone che sono lì per fare la differenza?»
Oggi, 2 aprile 2025, il suo appello arriva dritto al cuore come la sua voce:
«Trasformiamo questa giornata in un momento di concretezza.
Parliamo dell’autismo in tutta la sua complessità.
Non lasciamo indietro nessuno.
Chi parla e chi non riesce a farlo.
Chi lavora e chi ha bisogno di una mano in più.
Perché tutti possono migliorare. Tutti possono trovare un posto in questo mondo, se quel mondo sceglie davvero di accoglierli.»
L’autismo non è un evento annuale.
È una realtà viva, che chiede attenzione, rispetto e impegno.
Ogni giorno.
E nonostante tutto, Teresa ci crede.
Ci crede perché ogni gesto per suo figlio è un gesto d’amore.
Ci crede perché la speranza non l’ha lasciata.
Ci crede perché l’amore è più forte di ogni ostacolo.
Forse è proprio questo il senso più profondo del 2 aprile.
Scoprirsi umani. E lasciarsi guidare dall’amore.