A Melito anche un sistema legato ai pacchi di gadget: ogni commerciante doveva acquistarlo a 160 euro
«I ragazzi avevano una specie di catalogo in cui c’erano le fotografie dei gadget, ossia penne, calendari, portata lenti che mostravano ai negozianti che potevano acquistare uno o più pacchi di materiale natalizio. Ogni pacco costava 160 euro. Solo in un anno questo giro ha fruttato a Melito 100 mila euro». Il collaboratore di giustizia Fabio Vitagliano racconta il sistema di Melito.
Qualcosa di rodato con uno schema ripetuto, anno dopo anno. Un loop asfissiante per i piccoli imprenditori e i commercianti che, inevitabilmente, si ritrovavano periodicamente al cospetto degli esattori del clan. Un dato emerso nel corso dell’ultima inchiesta che ha portato in manette capi e gregari del clan Amato-Pagano.
Tra Di Lauro e scissionisti
Il racket era una delle voci di bilancio del sistema di Melito, tanto rodato che aveva superato anche un cambio della guardia criminale. Uno dei referenti per il racket superò persino l’avvicendamento tra Di Lauro e scissionisti sul territorio. Addirittura, faceva da ‘tutor’ nell’approccio con i soggetti da taglieggiare.
Il ‘corso’
Nel corso di un incontro monitorato con un microfono ambientale spiegava ad alcuni dei presenti come compilare l’ordine dei «gadget natalizi» scelti dagli esercenti visitati in modo da evitare di incorrere nei problemi avuti l’anno precedente (riferendosi al fermo da parte dei carabinieri di due esattori, ndr). A quel punto ripartisce le zone e ad uno affida l’intera area della Circumvallazione, precisando che in totale i negozi da visitare erano «circa 350/400».
Veniva anche indicata nel dettaglio la modalità di esecuzione delle attività da svolgere sul territorio, chiarendo che bisognava far capire al commerciante che la visita era per conto dei «compagni di Melito» ovvero del clan. Ma «senza essere troppo aggressivi, per non dare l’impressione che fosse un’estorsione», tant’è che, se il commerciante avesse rifiutato l’acquisto, gli esattori non avrebbero dovuto fare alcuna pressione, ma lasciare il negozio. Fondamentale, tuttavia, era comunicare al referente il nome della persona che non aveva voluto pagare.
E cosa accadeva?
Nel corso di un interrogatorio, Paolo Caiazza spiegò quel che succedeva nell’ipotesi in cui un commerciante avesse rifiutato di acquistare il «pacco». Il nome sarebbe stato riferito a Caiazza direttamente: «Ogni commerciante era obbligato a prendere almeno un pacco. Qualcuno non voleva farlo, a quel punto intervenivo anche io. Come il proprietario di un negozio di abbigliamento. Non pagava la tangente perché ci faceva lo sconto sui vestiti. A Natale voleva comprare solo un pacco, ma noi sapevamo che avrebbe potuto prenderne di più. Noi sapevamo quando un negozio poteva pagare o no. Se uno fosse stato in difficoltà, non avremmo insistito». Dai dati delle indagini è emerso che i negozi di Melito che avevano effettuato gli ordini dei ‘pacchi’ erano 430, mentre l’anno precedente erano 489.