Caso Martina Rossi, i due condannati affidati in prova ai servizi sociali

I genitori della ragazza: «Non hanno mai chiesto scusa, il minimo era che scontassero la pena in carcere»

«Non hanno mai chiesto scusa, il minimo era che scontassero la pena in carcere». Commenta così, Bruno Rossi, la decisione del tribunale di Sorveglianza di Firenze di concedere l’affido in prova ai servizi sociali ad Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, i due aretini condannati in via definitiva a 3 anni per il tentato stupro di Martina Rossi, la figlia precipitata dalla loro camera di albergo a Palma di Maiorca il 3 agosto del 2011 mentre era in vacanza.

L’affidamento era stato inizialmente negato dopo la sentenza definitiva proprio dallo stesso tribunale di Sorveglianza che concesse però la semilibertà ovvero la possibilità di lavorare fuori durante il giorno e rientrare la sera in carcere ad Arezzo. Poi la svolta per entrambi. Ad avere per primo l’affidamento è stato, già a luglio 2023, Luca Vanneschi, pare per motivi personali e familiari. Dopo, a metà febbraio scorso, è toccato ad Alessandro Albertoni.

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Attualmente i due, oggi trentenni, svolgono opera di volontariato presso un’associazione di Castiglion Fibocchi, il paese dove abitano con le rispettive famiglie. Durante le ore notturne, però, hanno l’obbligo di rimanere in casa. Il residuo di pena dovrebbe esaurirsi a ottobre 2025, ma con la buona condotta – valutano i loro difensori – potrebbero finire di scontare la pena anche all’inizio del 2025.

L’amarezza della famiglia

La famiglia Rossi ha espresso da Genova tutta l’amarezza. «Loro non hanno mai chiesto scusa, il giudice ha sbagliato a concedere l’affido perché è venuto a mancare, proprio per questo, il principio di resipiscenza necessaria in questi casi», hanno commentato Bruno Rossi e Franca Murialdi.

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La madre della ragazza ha proseguito: «Così si dà solo il cattivo esempio ai giovani, non si sono mai pentiti». Papà Bruno è sgomento: «Nessuno mi ridarà più mia figlia. Ma questi ragazzi non si sono mai degnati nemmeno di chiedere scusa. Il minimo era che scontassero la pena in carcere».

La vicenda

La scarcerazione completa dei due giovani è rimasta finora sotto traccia. In piena estate Luca Vanneschi era tornato a casa proprio grazie all’affidamento in prova per motivi legati a questioni familiari, ed aveva iniziato il percorso di volontario.

Neppure una parola è stata detta, forse per evitare polemiche. Stesso dicasi per l’udienza di metà febbraio che ha sancito l’uscita dal carcere e il ritorno in libertà di Albertoni, seppur con le limitazioni notturne e il servizio di volontariato anche lui. Sulla morte di Martina Rossi, Albertoni e Vanneschi hanno sempre negato ogni accusa di averla provocata.

La Cassazione ha invece confermato nell’ottobre 2021 la sentenza di un processo d’appello bis per affermare che Martina morì mentre scappava dal loro tentativo di stupro, che cercò di scavalcare la balaustra per raggiungere il balcone a fianco e mettersi in salvo. Ma non ci riuscì e precipitò di sotto. Addirittura, la polizia spagnola, dopo una rapida indagine aveva liquidato tutto come un suicidio della ragazza. C’è voluta una strenua battaglia durata oltre 10 anni da parte dei genitori affinché il caso fosse riaperto e affrontato anche processualmente in Italia, a Genova ed ad Arezzo.

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