Matteo Messina Denaro in coma irreversibile: nessun funerale religioso

La fine del boss sembra vicina e nel testamento attacca la Chiesa: fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato

C’è una famiglia divisa fra L’Aquila e Castelvetrano a vegliare su Matteo Messina Denaro, da venerdì in coma irreversibile. Al suo capezzale, all’ospedale San Salvatore, ci sarebbero da alcuni giorni la figlia Lorenza mai incontrata prima e appena riconosciuta in carcere, la nipote Lorenza Guttadauro, che del boss è anche tutore legale, e la sorella Giovanna.

Sono loro a tenere informati gli altri familiari in Sicilia sull’evoluzione di un quadro clinico disperato. A Castelvetrano le ultime ore del boss sono vissute in silenzio, secondo tradizione, dall’anziana madre Lorenza Santangelo e dalla sorella Bice. Il fratello Salvatore vive invece a Campobello di Mazara, il paese dell’ultimo covo di Matteo Messina Denaro. E la sorella Rosalia, conosciuta come Rosetta, nome in codice «Fragolona», è in carcere con l’accusa di essere stata un elemento centrale del sistema criminale governato dal fratello.

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Le cure palliative

L’ultimo padrino di Cosa nostra, riferiscono i medici aquilani, è «stabilmente grave e in esclusivo trattamento palliativo». L’oncologo Luciano Mutti, che lo seguiva dal giorno dopo l’arresto, ha passato la mano ai colleghi delle terapie del dolore coordinati dal primario Franco Marinangeli. I medici, per espressa volontà del paziente, hanno staccato le macchine e sono tenuti a idratarlo ma non ad alimentarlo.

Venerdì sera è stata decretata dai medici del terapia del dolore dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila la irreversibilità delle condizioni di salute a causa del tumore al colon che lo ha colpito nel 2020. Secondo i sanitari il 62enne ha una tempra non comune per cui la sua agonia potrebbe durare ancora, sia pure non a lungo e presto potrebbero essere ridotti ancora i medicinali sempre nel rispetto del no all’accanimento terapeutico chiesto dal boss nel testamento biologico.

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L’ultimissimo capitolo della storia del boss stragista

Nonostante si sia imboccato l’ultimissimo capitolo della storia del boss stragista l’emergenza ha caratteristiche molto più stringenti che nelle passate settimane. Sono scattate procedure complesse e molto delicate per gestire il periodo post mortem. Sia dentro sia fuori l’ospedale San Salvatore dove l’ex padrino è ricoverato dall’8 agosto scorso dopo il trasferimento dal carcere di massima sicurezza dell’Aquila.

Nella cella nel reparto per detenuti dell’ospedale dell’Aquila diventato un hospice perché per motivi di sicurezza non era possibile trasferirlo in una struttura ad hoc per la terapia del dolore e per accompagnare alla morte i malati terminali, Messina Denaro viene tenuto d’occhio senza soluzione di continuità dai sanitari e dalle forze dell’ordine, diverse decine di persone. Con uno sforzo non comune considerando che il personale viene sottoposto a regole le più stringenti e quindi con un maggiore dispendio di energie. Non si può dire per quanto tempo ancora Messina Denaro potrà in queste condizioni sopravvivere a un devastante tumore al colon.

Matteo Messina Denaro e l’attacco alla Chiesa

Quello che è certo è che per la fine annunciata non ci saranno funerali religiosi. Anche questa è una volontà del boss lasciata scritta in un vecchio pizzino ritrovato dai carabinieri nel covo di Campobello di Mazara. Il padrino, che ancora non era stato aggredito dalla malattia e già proclamava di essere capro espiatorio, usava contro la Chiesa parole di fuoco: «Rifiuto ogni celebrazione religiosa perché fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato».

E ancora: «Non sono coloro che si proclamano i soldati di Dio a poter decidere e giustiziare il mio corpo esanime. Non saranno questi a rifiutare le mie esequie…rifiuto tutto ciò perché ritengo che il mio rapporto con la fede è puro, spirituale e autentico, non contaminato e politicizzato. Dio sarà la mia giustizia». E con Dio, scriveva in un altro pizzino, aveva fatto pace. Lui, aggiungeva, «non mi ha scomunicato perché Dio». Sarà la famiglia a curare, quando sarà, il trasferimento della salma a Castelvetrano. Il boss avrà un posto nella tomba di famiglia, accanto a quella del padre Francesco, morto da latitante nel 1998.

Nella tomba porterà tutti i suoi ingombranti segreti: le stragi del 1992, gli attentati del 1993, l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di un collaboratore di giustizia, l’unico delitto per il quale sostiene di non avere dato alcun ordine. Sul resto nessuna parola perché, come aveva annunciato nel giorno dell’arresto al procuratore Maurizio de Lucia, «con voi parlo ma non collaborerò mai».

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