Sconfitte vere e vittorie presunte. Sinistra senza pudore e grillini da Pentastellati a pentaspennati

Il 22 settembre, il giorno dopo le votazioni, si è ripetuto il solito copione post elettorale: nessuno ha perso, tutti hanno vinto, todos caballeros. Tra questi spicca soddisfatto il segretario del Pd che sfoggia un sorriso tra l’ebete e l’incredulo, come chi, travolto da un treno in corsa, è riuscito a sopravvivere rimettendoci solo una gamba. È rimasto vivo, quindi ha vinto.

Di Maio ha vinto perché non può perdere, e non si rassegna nemmeno di fronte all’evidenza. Ha vinto il referendum sul taglio dei parlamentari, dice. Tutti i grandi partiti hanno dichiarato il loro voto favorevole al Sì, ma lui crede di aver combattuto e vinto da solo contro tutti. E la sua non può che essere una «vittoria storica».

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Se solo il centrodestra non vi avesse contribuito con il voto di oltre il 75% del suo elettorato, oggi racconteremmo un’altra storia. Ma Salvini e Meloni hanno preferito fare wind surf sull’onda anomala dell’antipolitica.

Il disastro delle elezioni regionali neppure ha sfiorato lo statista cinque stelle, anzi gli dà l’opportunità di scaricare sull’innocuo Crimi e sul resto della compagnia l’insuccesso elettorale, e di pretendere nuovamente per sé la guida del Movimento.

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Forza Italia conferma il suo non esaltante crepuscolo. E non può gioire più di tanto della vittoria in Liguria, dal momento che Toti ha abbandonato da tempo Forza Italia pur rimanendo nel centrodestra con un partitino personale.

La Lega non ha sfondato, e l’ottimistica previsione di Salvini di un centrodestra vincente in tutte le regioni, è evaporata già all’alba dei primi exit poll.

Zaia ha stravinto in Veneto con un risultato bulgaro che, secondo gli analisti di mestiere, quelli che fanno le analisi politiche gradite a chi li paga, dovrebbe ingelosire lo stesso Salvini. Questi, a loro dire, rischierebbe di finire disarcionato dal ruolo di segretario della Lega. Per due ragioni: 1) la lista Zaia ha superato abbondantemente la lista ufficiale della Lega; 2) i risultati nelle altre regioni hanno deluso le attese e le percentuali sono risultate di molto inferiori rispetto alle ultime elezioni europee.

Quanto basta per poter dire che Salvini sarebbe il vero sconfitto della tornata elettorale, nonostante la crescita leghista in tutti i consigli regionali. Si tratterebbe quindi di una vittoria monca percepita come sconfitta.

Argomenti di lana caprina, che lasciano il tempo che trovano e distraggono dalla clamorosa sconfitta del centrosinistra e dei 5 stelle, questi ultimi ridotti al lumicino nei consigli regionali e letteralmente scomparsi in Veneto con zero eletti. Eppure continuano ad essere il partito di maggioranza relativa in parlamento, pur essendo ormai una minoranza nel Paese. Però governa con un’altra minoranza, il Pd. Una frattura di tali proporzioni tra gli italiani e chi li governa non ha precedenti storici.

La Meloni, e solo lei, può oggettivamente dire di avere portato Fratelli d’Italia al successo, ben oltre le precedenti elezioni regionali, politiche ed europee. Nelle Marche il “suo” candidato è riuscito a strappare una regione da sempre appartenuta alla sinistra. Qui siamo oltre la vittoria “percepita”, si tratta di vittoria reale, a tutto tondo.

Anche in Toscana è stata scelta una buona candidatura presidenziale, ma non è risultata vincente neppure raddoppiando i consensi rispetto alle regionali precedenti. Qui è ancora forte la presenza pervasiva e capillare degli apparati ereditati dal vecchio Partito comunista e non sfuggono al loro controllo neppure le parrocchie e i condomini.

Gli errori del centrodestra comunque ci sono stati e pure clamorosi.

In particolare bruciano i risultati della Campania e della Puglia dove gli errori sono stati marchiani. Come si fa a non capire che il riciclaggio dell’usato sicuro non va più di moda da un pezzo? Solo volti nuovi, e non ex presidenti già disarcionati in precedenti sconfitte, avrebbero potuto battere De Luca ed Emiliano. Questi sono visti come personaggi ruspanti, fuori dagli schemi e addirittura fuori dallo stesso perimetro del Pd, cui pure nominalmente appartengono, ma che non disdegnano di contestare.

Inoltre, bisogna essere meridionali per capire davvero le dinamiche politiche ed elettorali del Sud dove, nel bene e nel male, saltano in primo piano i bisogni della gente.

Una buona politica mira a soddisfarli attraverso soluzioni d’impatto generale, una politica malata guarda ai bisogni dei singoli per sfruttarli a fini elettorali. Purtroppo, il clientelismo non è nato oggi e sarà difficile sconfiggerlo anche domani, soprattutto se continuerà ad essere favorito dalla legge elettorale che non pone limiti al numero delle liste collegate al nome del candidato presidente.

Inevitabilmente, chi ha più clienti può avvalersi di più liste. E chi ha più liste vince.

In democrazia si esalta la libertà di scelta dell’elettore, ma si trascura di valutare che l’elettore può essere davvero libero soltanto se affrancato dal bisogno. Quanto più è diffuso il bisogno tanto più fertile è il terreno per chi ha gli strumenti, veri o presunti, per poterlo soddisfare.

Nel Meridione le metafore calcistiche piacciono, ma non convincono se applicate alla politica, ed il 7 a 0 pronosticato da Salvini non ha scatenato la tifoseria.

Se proprio si vuole ricorrere ad una metafora calcistica, bisogna ammettere che se il tuo avversario si presenta con quindici liste e tu ne hai solo cinque, la partita è già persa in partenza. Quando scendono in campo centinaia di ‘giocatori’ contro una squadra tre volte inferiore, neppure il Maradona dei tempi migliori potrebbe farti vincere.

In conclusione, il centrodestra ha vinto in tre regioni, conquistandone una in più rispetto alla tornata elettorale precedente, ed oggi governa 15 regioni su venti. Tuttavia la narrazione ufficiale si rifiuta di prenderne atto e fa finta di non vedere la sconfitta vera del Pd e del centrosinistra, che si ritrovano con una regione in meno e non pochi consiglieri regionali persi per strada. Il ministro Gualtieri esulta per la «vittoria di Zingaretti» (sic!), il quale, a sua volta, parla di «una vittoria di squadra» (sic!). Il pudore non abita da quelle parti.

Nuccio Carrara
Già deputato e sottosegretario
alle riforme istituzionali

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